La vecchia Pace Fiscale

Modifiche ed integrazioni significative sono state apportate dal Senato al testo del decreto fiscale 2019 – D.L. n. 119/2018 anche per quel che attiene alla “pace fiscale”, locuzione che non appare neppure più nel titolo del decreto.
La più importante è la soppressione dell’art. 9 che conteneva la famigerata dichiarazione integrativa speciale, alla quale era dovuta l’etichettatura di condono attribuita al decreto.
Restano, però, storture e irragionevoli disarmonie che riguardano soprattutto l’ambito della riscossione.
Sembra smarrito lo spirito organico del provvedimento, che era quello di venire incontro alle difficoltà dei contribuenti che avendo adempiuto correttamente agli obblighi di dichiarazione non sono stati in grado, però, di eseguire i versamenti delle imposte liquidate.
La pace fiscale avrebbe dovuto considerare tutte le situazioni di omesso o parziale versamento delle imposte dichiarate. E, invece, la rinuncia alle sanzioni ed interessi e la rateazione sono stati concessi ai soli contribuenti nei cui confronti la riscossione risulta trovarsi nella fase di riscossione coattiva per essere stata affidata all’agente della riscossione.
Vi sono comprese tutte le tipologie di cartelle di pagamento, da pagare ora non più in 10, ma in 18 rate. Sono perciò escluse le altre fattispecie similari anteriori a questa fase, quali gli avvisi bonari ricevuti dai contribuenti per omessi/parziali pagamenti dovuti alle stesse difficoltà finanziarie.
È evidente la disparità di trattamento tra contribuenti che si sono trovati nella stessa situazione di carenza di liquidità per essere loro preclusa la “pace” quando gli omessi/parziali versamenti sono stati oggetto degli avvisi bonari senza sfociare ancora nell’affidamento della riscossione all’esattore.
Un’apprezzabile coerenza si rinviene, invece, nel testo passato alla Camera, per la definizione delle contestazioni fiscali risultanti dai processi verbali di constatazione, dagli avvisi di accertamento ovvero oggetto delle controversie tributarie.
Il loro comune denominatore è costituito dalla previsione del pagamento in 20 rate trimestrali e per intero delle imposte dovute, se il procedimento si trova in fase pre-contenziosa, e di una porzione di esse, in misura variabile in relazione all’andamento del contenzioso. Si va dal 90% delle imposte se è pendente il ricorso, al 100% se il contribuente è soccombente in uno dei gradi di giudizio di merito, ovvero al 40% o al 15% ove questi risulti vittorioso rispettivamente in primo grado o in appello.
Per le cause pendenti in Cassazione, si prevede la definizione della controversia con il pagamento solo del 5% qualora vi sia stata una doppia sentenza conforme e, quindi, l’Agenzia delle Entrate sia risultata soccombente nei due gradi di merito. In questo caso si permette ai contribuenti di pagare una piccola percentuale dell’imposta accertata per potere così conseguire la stabilizzazione dell’esito positivo conseguito, mentre la collettività ha il vantaggio di poter eliminare un numero auspicabilmente elevato di cause che intasano la Suprema Corte. A quest’ultimo fine, si sarebbe forse potuto incentivare l’abbandono del ricorso in Cassazione da parte del contribuente risultato soccombente solo in appello, prevedendo una piccola riduzione dell’ordine di almeno il 15-20% del valore della causa.
Una semplice bandierina appare, invece, la previsione del nuovo art. 9 che consente la sanatoria delle irregolarità formali, con esclusione di quelle relative ai capitali detenuti all’estero, previo pagamento della somma di 200 euro per ciascuna annualità, oltretutto da pagare in due rate annuali.